Storie

Consapevoli di tramandare una Storia di Generazioni

“Terra ambigua, di un mondo misterioso, vacillante. Misura di tempo e di spazio, di sogno e di esperienza. Una pagina liscia e senza margini, scritta o da scrivere.” [Mario Luzi, I mesi della terra di Siena. Le crete e la Val d’Orcia.]

Tre stimmi, tre amici, tre storie… per un prodotto d’eccellenza.

Medioevo

Lo zafferano è stato coltivato in Val d’Orcia fin dal Medioevo, quando veniva esportato soprattutto in Germania. Nel 1857, all’esposizione agraria  Toscana Clemente Santi – uno dei padri del Brunello di Montalcino – presentò lo “Zafferano del suolo Montalcinese” per i cui pregi meritò il premio dell’esposizione “Lo zafferano del Sig. Santi di Montalcino è stimato per l’odore e la ricchezza della materia colorante…”

Alla fine del secolo scorso la produzione era praticamente interrotta e  solo negli ultimi anni è stata riscoperta.

Fin dall’antichità

… “Della coltivazione dello zafferano – pianta erbacea –croco sativus, nel montalcinese,si hanno notizie fin dall’antichità.

Giovanni Botti, giudice e notaio pubblico in Firenze, nel 1593 viene inviato a Montalcino dal Nunzio Apostolico Mario Giorgi, per incarico del Sacro Collegio per fornire informazioni alla Congregazione Concistoriale, sulla nostra economia. Convoca 10 testimoni, tutti montalcinesi, ponendo loro 12 domande uguali per tutti. Tutti rispondono che l’economia locale, agricola e artigianale è florida. Cito in particolare la risposta di Giacomo Angelini il quale dichiara “…Nei poderi di Sant’Antimo si coltiva lo zafferano” (questo documento è stato ritrovato nell’archivio segreto del Vaticano).

Giorgio Giorgetti  (Crete senesi nell’età moderna – Studi e ricerca di storia rurale; La nuova stampa, Città di Castello 1983)- a pag. 12 scrive . “Quando esistono le condizioni economiche – a Montalcino esistono – è possibile coltivare anche una pianta altamente mercantile di valore assai elevato qual è lo zafferano”.

La testimonianza del naturalista cinquecentesco Pier Andrea Mattioli “…in Toscana e in quel di Siena ne fa dell’elettissimo e tutto, ha un grande spaccio, agli oltremonti che l’usanoiassai per scopi sanitari e industriali. Si tratta infatti di una pianta per cui in genere i terreni sterili e magri tutti si fan buoni e in particolare brama terra cretosa o mezzana”.

Montalcino, 29 novembre 2014

Ilio Raffaelli

Sindaco di Montalcino dal 1960 al 1980

La firma più autentica

“Lo zio Beppe, memoria storica della nostra famiglia, nato nel ’35 al Lambertone, podere tra Argiano e Tavernelle nel versante sud della collina di Montalcino, racconta che già in tenera età andava a raccogliere lo zafferano con la nonna. Una piccola bracella (aiola) situata sotto la ficaia del podere. E’ certo che tale spezia sia stata introdotta nel podere dalla zia Elia che aveva un debole per tutte le spezie e piante officinali. Elia, era stata adottata dalla nostra Famiglia in tenera età perché nella famiglia di origine erano troppi fratelli e sorelle e i genitori non erano in grado di provvedere al sostentamento di tutti e sei i figli. Era quasi un gesto normale quello di aiutare i più bisognosi come altrettanto normali erano, nelle nostre campagne, le condizioni di miseria  che spesso rasentavano il limite della pura sussistenza. Lo zafferano di Elia era arrivato, come Lei, in dote da Montenero d’Orcia un piccolo paese alle pendici del Monte Amiata. Lo zio ci tiene a sottolineare che durante la fioritura la raccolta avveniva in un modo speciale. Non si raccoglievano i fiori ma soltanto i tre stimmi. Questo faceva si che intorno al podere ci fosse, da metà ottobre a metà novembre, un’aiola sempre completamente fiorita. Splendide fioriture viola che facevano concorrenza ai giardini delle ville dei signori…Nel 1961, dopo sposato, lo zio si spostò insieme alla famiglia alla Casanova di Quercecchio, un altro podere li vicino, e continuò a coltivare lo zafferano nei pressi del forno di casa. Forno che nei miei ricordi di ragazzo è rimasto come un’immagine-meraviglia indelebile: da li sono usciti, una volta a settimana e fino agli anni ottanta, pane, dolci, focacce e ogni genere di leccornia come si usava in ogni famiglia contadina. Parte di quei bulbi ci hanno seguiti a S.Angelo Scalo, dove ora ha sede la nostra azienda, e Nicola li ha voluti far rifiorire e prosperare in modo intenso e convinto. In quella fioritura è certificato un DNA formatosi in secoli di privazioni, quello della cura e del mantenimento del proprio territorio e delle proprie usanze con la consapevolezza che ogni attenzione poteva significare farcela oppure no. Questo mondo/modo di vivere insieme a tante bellezze naturalistiche ed architettoniche sono state alla base, nel 2004, del riconoscimento che l’UNESCO ha insignito a tutto il territorio della Val’Orcia ovvero quello di Paesaggio  Culturale Patrimonio dell’Umanità. Quei fiori di zafferano intorno al podere come quelle rose in cima ai filari delle viti sono una testimonianza, seppur piccola e spesso inosservata, indelebile e perpetua …del culto per il proprio territorio e dell’amore per il Bello. L’immagine di un semplice fiore di crocus a cui sono stati tolti solo gli stigmi, sotto la ficaia o vicino alla bocca del forno… la firma più autorevole”

 Nicola

Bastano sei fili

“Da inizio novecento i miei avi vivevano al podere Aiole, fra Montalcino e l’Abbazia di S. Antimo. Per acquistarlo avevano pagato 7 lire. All’Aiole il bisnonno Giovanbattista e la sua famiglia allevavano vitelli, vacche, maiali, pecore, animali da cortile di ogni specie, coltivavano le viti e gli ulivi e non ultimo avevano una piantagione di zafferano. Come in tutti i poderi circostanti era usanza che, una volta a settimana, passasse il troccolone. Era un personaggio molto popolare che arrivava con il barroccio carico di ogni mercanzia. All’Aiole ci passavano due: Marcoccio e la Calabresa Maria. Vendevano o meglio barattavano l’acciughe, l’aringhe, il baccalà con le uova, il formaggio, le pelli di coniglio e lepre (i Pecci so stati tutti grandi cacciatori), le piume delle nane e dei loci, lo zafferano essicato che a Montalcino era prodotto in tanti poderi. Iniziavano estenuanti contrattazioni fra il commerciante delle campagne e la massaia. L’unica cosa sul cui valore non discutevano era lo zafferano che diceva Marcoccio: “profumato come il vostro un’esiste, bastano sei fili per fa la trippa alla montalcinese” (antichissimo piatto di Montalcino fatto con trippa di vitello e zafferano in bianco senza pomodoro). Di anni ne sono passati, dall’Aiole la famiglia s’è spostata al Podernuovo e poi a Montalcino, i bulbi e i loro eredi sono passati a Checco, a Enzo e poi a me ma ci hanno sempre seguiti e io, caparbio, seguo le solite pratiche colturali, produttive e conservative”.

Alessandro

Un dono prezioso dal passato

“Il mio bisnonno Giacinto viveva al Podere Bagnolo, un chilometro e mezzo sotto la fortezza di Montalcino. Oltre alla normale coltivazione del podere – viti ,olivi, allevamento bestiame – faceva anche l’ ortolano. Il podere era circondato da tante piccole sorgenti e rigagnoli d’acqua che, insieme alla posizione riparata, permettevano la coltivazione di tante primizie. Era considerato un luogo da orti. Durante gli anni della seconda guerra mondiale nel podere furono ospitate tante famiglie di Montalcino. La posizione, meno esposta e più riparata, era ritenuta più sicura da bombe e granate rispetto alle case del paese. Inoltre, nel podere, in quel periodo di grande miseria, fra ortaggi, pane fatto in casa e animali da cortile c’era sempre qualcosa da mettere sotto i denti.  Fu così che negli anni del conflitto mondiale al Bagnolo arrivarono a viverci 45 persone. Oltre ai componenti del nucleo familiare vi erano ospitate le famiglie Santini,  Filiziani, Boccardi ed altre di cui non siamo riusciti a ricostruirne l’identità. Molti dormivano nel tinaio, nel monte del carbone o nella stalla delle bestie. Tutti nella fuga dal paese avevano portato via i beni più preziosi. Il mio bisnonno aveva preso un piccolo forziere in legno che conservo ancora oggi e vi aveva riposto i preziosi e gioielli di tutti. Dopodiché, prendendo le opportune precauzioni per la conservazione (sigillandolo non so come), lo aveva riposto in una buca profonda e ricoperto con la terra. Sopra vi pose i bulbi della propria coltivazione di zafferano e per tre, quattro anni nessuno lo vide più. Passarono i tedeschi, il fronte, nessuno lo trovò, mentre lo zafferano compiva regolarmente i propri cicli. Finita la guerra scavò, estrasse il tesoro e alla presenza di tutti i capofamiglia ad ognuno riconsegnò i propri tesori. Tutti volevano ricompensarlo sia per l’ospitalità di tanti mesi che per aver salvato loro la vita e i loro averi. Giacinto non volle nulla da nessuno se non un abbraccio. Quei bulbi, anzi i figli di quei bulbi, che sono passati da Giacinto ad Ugo, da Ugo a Sergio e da Sergio a me, non rappresentano solo un prodotto ma un modo di essere dove una stretta di mano vale più di un foglio firmato da un notaio e l’altruismo e l’aiuto verso chi ha bisogno facevano e fanno parte di una cultura indissolubile. Questo zafferano rappresenta per noi anche un modo di pensare, custodire e tramandare le conoscenze e le usanze. Non è un retaggio bigotto e superato ma bene inestimabile per affrontare il futuro e la sua frenetica trasformazione”

Massimo

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